Fabrizio Alessi was born in Italy, studied photography at the IED in Rome . He worked as freelance in various agencies of the world. His interest in photo documentary led him to travel constantly . His photography, moments borrowed from the context of street life, teem with a cast of characters that present to the viewer hints, traces of the story contained therein. Has exhibited in Rome, Paris, New York and Jakarta. Currently lives and workin Bali, Indonesia

SCRIVE COSI DI ME CARLO ANDREA FALVELLA

 Pure Life

 

Fabrizio Alessi è Fotografo. Fabrizio Alessi è un Fotografo per scelta necessaria. Fabrizio Alessi è un Fotografo di/da strada, Fabrizio Alessi è un Fotografo potente.Perché queste quattro affermazioni quasi apodittiche non come preambolo, ma come - all’apparenza - algide sciabolate a dare un sigillo diamantino nell’anticipare l'osservazione del lavoro, l’opera e raccontarne quindi dell’autore? Perché è essenziale, sempre che l’essenza esista, per poter allo stesso tempo circoscrivere cosmicamente, il mondo fotografico di Fabrizio dal mondo reale: non ve n’è la necessità…. Lui narra la realtà (e una realtà oggettivamente tangibile esiste, non v’è dubbio alcuno) proprio per le sue quattro prerogative iniziali. 

E’ un fotografo, oltre perché ha studiato Fotografia, perché appare innata la simbiosi della quale gode fra se stesso e la fotocamera; per scelta necessaria perché un Uomo nella vita ha sempre almeno due possibilità di scelta davanti a un Bivio, Trivio, Quadrivio. Fabrizio ha potuto scegliere? Sì, ma necessariamente; così prepotente in lui il vigore istintivo del narrare eternando (qui la parola non è una banalità o un’iperbole come vedremo in seguito) in un solo scatto un mondo intero anche se fatto “solo” di due occhi, un viso, un gesto e un set che la materialità della strada gli attrezza. Fabrizio è “potente”: proprio dalla potenza, non c’è altra parola per mettere i piedi nel piatto dei suoi “shot” (non scatti, veri e propri spari), si può, o meglio è imprescindibile, riconoscere come visceralmente, sanguignamente, carnoso e carnalmente, unisca se stesso, la fotocamere e il mondo circostante in un unico marchingegno (nel senso propriamente teatrale del termine) per ritrarre quella normalità casuale e causale che ci scorre davanti senza che venga riconosciuta per quello che è; un’istante unico e irripetibile sulle tre assi cartesiane e nelle quattro dimensioni del tempo degli infiniti mondi negli infiniti spazi degli infiniti tempi.

Quei dettagli che vengono sì fagocitati da quel pugno nello stomaco che è la prima efficace reazione ad esempio ad un suo ritratto, ma che a un secondo sguardo solo un nanosecondo dopo e non con più attenzione, ma semplicemente muovendo gli occhi ipnotizzati dal soggetto principale, i particolari scorrono muovendosi immobili a ultimare il presagio dello Fotografia. Dettagli infatti che potrebbero apparire assenti, invece proprio perché discreti e al contempo delineati finissimamente imprimono all’immagine un profondo fulgore descrittivo. Fabrizio Alessi, in quanto Fotografo, Fotografo per scelta necessaria, in quanto Fotografo da/di strada, in quanto fotografo potente, può raccontarci l’essenza della realtà. Se l’”essenza” non esistesse in questo insieme sinergico che poi è Fabrizio stesso all’opera, se non esistesse, si genererebbe; o meglio, si genera.

Cosa importa se il detto “chi salva una vita, salva il mondo”, sia Yiddish, Ebraico, compaia nella Bibbia, nella Torah, in tutta la cultura mediorientale o sia solo un modo di dire, un proverbio o una metafora ricolma di speranza e rassegnato ottimismo fiducioso. Ciò che ci importa è che uno “shot”, uno scatto, uno “sparo” di Fabrizio, appunto immortalando nella materia concreta, tangibilmente e corporale, che sia pellicola o pixel poco importa, fa divenire l’Arte della sua Fotografia (perché la Fotografia, la vera Fotografia, è un’Arte, e verso chi non ne conviene o ne fa metafora allegorica contemporanea della Pittura, certo non metterei mano alla pistola, ma a una buona Mont Blanc sì) un λογος/action (λογος = lemma i.e.), un dramma (δραμα i.e = azione) salvifico, non catartico, ma salvifico in quanto quell’istante che racchiude l’universo circostante del soggetto e l’oggettività immanente del tempo, dello spazio e del luogo dello scatto, rimarrà non solo a narrarci un’avventura, una avvenimento semplice o complesso che sia, ma la tragicità della verità (perché anche se bella e buona, anche se “amica”, la “verità” ha in sé gli estremi della “tragicità”), rimarrà solo in quanto ritratta ontologicamente viva, fatta materia, materiale testimoniante, rimarrà vivente; essente ed esistente.

Perché non catartica? Perché, non so se Fabrizio ne sia consapevole o meno (Fotografo per scelta necessaria si è detto), abbandona pure, nude e crude, delle linee, delle forme, dei colori o dei monocromatismi, un “oggetto” (nel senso più autorevole del termine) nelle nostre mani e lascia a noi la scelta della redenzione, della semplice godibilità estetica, di un’eventuale analisi, di esserne totalmente o solo distrattamente partecipi, di osservarla per un attimo immemori di noi stessi, giudici o meno di ciò che gli appare visibile. Insomma non è questo lo scopo dell’autore. Il fine del suo gesto, della sua azione, del suo sparo è uccidere la realtà per rigenerarla, per ricrearla, per affermarla e riportarne la sostanza; per crearla ex novo dal nulla, in quanto ciò che ritrae per essere ritrasmesso oggettivamente e realisticamente all’osservatore deve subire un processo di nichilizzazione e resurrezione. Rinascita. E Fabrizio compie questo processo innatamente; se volessimo analizzare la tecnica, sia meramente relativa ai parametri della fotocamera, sia relativa a luci e contrasti, sfumature, sottolineature, accenti e toni di colore o monocromatici che siano, ci immetteremmo in un ginepraio, in un labirinto ma senza un filo d’Arianna che ce ne guidi fuori e oltre; per di più non otterremmo nulla, anzi l’analisi tecnica immiserirebbe il lavoro di Fabrizio Alessi, lo sminuirebbe senza un traguardo né misura; per quanto detto sopra e per come opera si può trarre un’unica conclusione, o meglio due identiche e sintetiche al contempo: la centralità della fotografia è tutto, totalmente coinvolgente e coinvolta nel soggetto e quella miscela alchemica che gli è propria, crea sul web come sulla carta stampata un effetto tridimensionale, come scolpisse un basso/medio rilievo fatto solo di alterità, di spazi volutamente assenti, presenza di materia luminosa, o privazione di una struttura adombra. In sostanza una non tecnica, la privazione stessa della tecnica per lasciare che sia la realtà circostante a decidere quale metodo e modo sia il migliore non a descriverla ma a imprimerla organicamente, fisiologicamente, per coglierne la profondità istantanea e immediata (non mediata) senza stravolgerla.

Fabrizio Alessi  è un Fotografo di esperienza decennale e quello che era da sempre e/o è diventata innata capacità volitivamente involontaria non nasce da nessun tipo di casualità o da un accidente manzoniano che combinando ad occhi bendati luce e ombre ne fa il risultato finale. Fabrizio tecnicamente sa cogliere, immedesimare e rimandarne ad una lettura (certe volte nella sua complessità anche semplice) reale e concreta; non c’è un altro sinonimo: ontologica. Nulla di più, ma soprattutto nulla di meno.Fabrizio Alessi Street Photographer aristocraticamente.

Perché? Perché pur essendo uno Street Photographer (nella maggioranza dei casi), è un uomo che si amalgama a tal punto con la “strada”, si smalta e miscela, con essa ci si rende “plastico e duttile”. E’ la strada. Fabrizio è un aristocratico (nel senso dell’etimo di “migliore”), in quanto - certo non frequentando la Fifth Avenue, e se lo facesse riuscirebbe a trovare la concentrazione di fatti e cose (senza nessuna ironia o sarcasmo - anche lì carpendo pur fra griffe e alta moda, il senso “onesto” di un momento di quotidiana ordinaria o straordinaria normale complessità), perché con la camera in mano, la signorilità del suo mestiere straborda; straborda perché non appare nessun secondo fine, non appare nessuna volontà di rapire o rubare attimi o circostanze di vita altrui, non appare nessuna volontà di scattare fotografie per scippare a proprio vantaggio la vita, congiunture magari sfortunate altrui o aliene da Fabrizio stesso. Anzi esattamente l’opposto, come sono reali e realistiche le sue foto, Fabrizio da, dona, regala; non si può certo dire migliora, rende meglio (αριστος = meglio i.e) perché la bellezza e la particolarità indubbia dei suoi scatti è proprio il consegnarci pura e spesso dura, la concretezza tangibile ma aderente al soggetto, all’avvenimento, ad una singola persona, ma donandogli un quid in più, una grandezza metafisica universalizzante che rende estremamente più grande quel momento ritratto. Uno sguardo di un’anziana signora sdentata di Bali che sorride vicino ai pugni chiusi di un ragazzo orgoglioso dei suoi tatuaggi sulle nocche, ci dice molto di più su quella città di mille considerazioni di sociologhi che dei loro titoli accademici ne fanno bandiera; lo sguardo che potrebbe sembrare feroce (e forse lo è) di un uomo vietnamita che sta trafficando nei suoi affari ci comunica una durezza comune e contigua alla località – magari una durezza che invece nell’incontro dialettico anche con uno straniero si trasforma in una cortesissima ospitalità. Una folla vociante, urlante, inanemente sciamanica che agita soldi unti scommettendo su combattimenti di galli, certo mostra la spietatezza inevitabile che fa da perimetro e limite alle persone, purtuttavia lascia spazio oltre che alla normale “umanità” varia della quale è costituito il nostro globo terracqueo – lascia spazio a considerare ogni partecipante come un singolo a sé stante, come “quell’individuo” kantiano che oltre a partecipare ad un rito di svago selvaggio, ha i propri pensieri, una personale visione del mondo, emozioni e affetti – questo e tutto questo lo rende aristocratico, un aristocratico Fotografo da strada.

Ed infine; eventualmente, il pubblico di uno spettacolo di Wrestling nei civilissimi States, in cosa differirebbe se differisce da quello cambogiano?

Beh, ce l’ho potrebbe spiegare finalmente solo Fabrizio, più che mirabile artista, solo e solamente vero, credibile, preciso e attendibile Fotografo - con la effe maiuscola - con qualche suo scatto: ce lo spiegherebbe lasciandoci arrivare ermeneuticamente, lasciando a noi la conclusione intuitiva, l’ultima parola e la nostra presa di posizione.

Alla sua maniera, con proprie modalità, con suo οδος (Via i.e) e con il suo μέθοδος (Metodo i.e), ma - ovviamente – come ogni superlativo Fotografo agisce, fa e sa fare.

           

©arlo And®ea Falvella - CAF